Narcisismo 3.0

Introduzione

Con il termine “Narcisismo 3.0” si fa riferimento ad un Narcisismo di terza generazione, ossia  in un’era dove emerge l’intelligenza artificiale applicata alle risorse del Web, quindi andando anche oltre alle capacità intellettuali dell’uomo.

Nel corso degli anni il Narcisismo ha assunto sempre più una dimensione sociale e oggi si manifesta soprattutto attraverso la pubblicazione di foto personali.

Infatti il Narcisismo contemporaneo ha un forte orientamento egoistico ed individualistico, in una società dove si cerca di cancellare il passare del tempo e la consapevolezza della propria decadenza fisica.

Per far sì che non venga sminuita la propria percezione di sé, si rincorre molto spesso a modificare le foto prima di pubblicarle in un social.

Aspetto storico/sociologico

Il termine “Narcisismo” prende il nome dal celebre personaggio della mitologia greca creato da Ovidio nelle Metamorfosi. Il mito racconta di un ragazzo molto bello e vanitoso, Narciso, il quale rifiutò l’amore della ninfa Eco; per questo suo rifiuto fu destinato ad innamorarsi della sua immagine riflessa nell’acqua, quindi ad un amore impossibile. Un giorno morì cadendo nello stagno in cui si specchiava e venne mutato in un fiore che prese il suo nome.

Il termine “narciso” deriva dal greco narkè che vuol dire stupore, fissità, sopore etc.

Nel corso della storia il concetto di Narcisismo veniva assimilato solo ad un eccessivo amor proprio; soltanto negli ultimi tempi cominciò ad essere riconosciuto in termini piscologici.

Dal 2000 in poi, sempre più si cominciò a parlare di “Narcisismo digitale”, o successivamente di  “Narcisismo 3.0”. Con questi termini si fa riferimento ad un Narcisismo che si manifesta con la pubblicazione di immagini, di selfie, sui social, che servono per segnalare al mondo come si è, o come si vorrebbe essere. Questo nuovo narcisismo non è più solo un fenomeno individuale, ma è collegato a modelli esasperati di individualismo che portano le persone ad una cura maniacale del proprio corpo, dell’eterna giovinezza, dell’esibizione del corpo etc. in caso non riuscissero ad ottenere dei “risultati” accettabili da loro, sono disposte anche a ricorrere a modificare le foto.

«L’adolescente di oggi si trova di fronte a modelli che non sono reali, ma che sono prodotti e ritoccati con Photoshop, quindi si confronta con un modello che in natura non esiste. »[1]

Per modifica non si intende, cambiare il colore della foto, o se è scura renderla più luminosa, ma proprio ad andare a ritoccarsi quelli che vengono considerati i “difetti” o le cose non piacevoli dai soggetti; talvolta queste modifiche portano a delle vere proprie trasformazioni della persona.

[1] FASOLI Giovanni, Educatore riflessivo: tra on-line o on-life, con la prefazione di  Nunzio Galantino, Padova, libreriauniversitaria.it edizioni, 2016, 60.

Aspetto psicologico/patologico

Le esibizioni di sé sui social network sono delle condotte social nel quale i soggetti trattano sé stessi come oggetti d’interesse più di quanto non considerino l’altro.

I narcisisti sono alla continua ricerca di conferme e di ammirazione, e questo sui social si traduce con una grande “fame” di like e con la tendenza di essere presenti in maniera ossessiva e costante.

È importante distinguere tra il sé attuale e il sé ideale: il primo è la percezione delle proprie reali caratteristiche, mentre il sé ideale è la rappresentazione di quelle caratteristiche che si vorrebbero idealmente possedere.

Nel mondo digitale il sé ideale prevale molto, soprattutto negli adolescenti, poiché vedono i loro idoli fare determinate cose e provano ammirazione nei loro confronti, cercando in tutti modi di copiarli, dimenticando che il mondo virtuale nasconde la maggior parte delle volte una realtà completamente diversa da quello che i soggetti postano.

Per assomigliare a loro, le persone ricorrono alle famose social lies, ossia alle bugie nei social. I soggetti mettono delle maschere per apparire sempre al meglio. Qualora le maschere non bastassero, ricorrono ad app tecnologiche per modificarsi il corpo, questo porta alla distruzione e il rifiuto di sé e va anche ad aumentare il tasso di depressione.

Questo perché ci si sente sempre meno adeguati, sempre più “sbagliati” secondo gli standard della propria società e senza i filtri, senza le modifiche non si postano le foto, quindi, anche inconsciamente, si sta affermando il fatto che le persone non si accettano, che si vorrebbero diverse e nel mondo social con alcuni click riescono a risolvere questo senso di inadeguatezza, disegnandosi in modo perfetto; ma il problema persiste nel mondo reale, anzi, va ad aumentare, poiché una volta che una persona vede in modo fisico l’Io ideale, va a sminuire e a screditare fortemente l’Io reale, perché quest’ultimo non sarà mai all’altezza delle proprie aspettative.

Aspetto educativo – conclusione

All’interno dei contesti scolastici, gli educatori dovrebbero mostrare ai ragazzi delle scuole secondarie di primo e secondo grado, dei video, delle foto nei quali vengono evidenziate le differenze tra ciò che appare (social lies) e ciò che è la vera realtà; facendo leva su cosa veramente è importante nella vita: gli affetti, le relazioni, lo star bene con sé stessi e con il prossimo, non quanti like si ricevono su una foto o se la protagonista della foto ha difetti o no, rimarcando che tutti hanno “difetti”, anche una fashion blogger o una modella famosa, nonostante abbia milioni di like, anzi, questi fattori che vengono oscurati dai ragazzi, non sono cose di cui vergognarsi, ma sono delle particolarità che rendono ancora più meraviglioso quello che è l’essere umano.

L’educatore dovrebbe aiutare i ragazzi a tornare nella realtà, togliendoli da questa ipnosi virtuale, ovviamente con questo non si intende che non debbano farsi foto o usare i social, ma farlo essendo consapevoli del fatto che la realtà è una cosa, mentre il mondo social è un’altra e ciò che veramente conta nella vita è ciò che si vive nel mondo reale, il quale trasmette delle emozioni,  delle esperienze di vita che un social non potrà mai dare.

«Non è sufficiente la riflessione. Serve riflessività. Occorre assumersi la responsabilità delle azioni compiute. Educare a quest’etica vuol dire diventare e rendere le persone consapevoli e responsabili delle conseguenze di ciò che fanno, ma anche della complessità delle emozioni che provano, accettando incertezze e dubbi nel regno della complessità. »[1]

[1] FASOLI, Educatore riflessivo: tra on-line o on-life, 111.