Perchè Facebook è il “Teatro del Narciso” ?

Perchè Facebook è il “Teatro del Narciso” ?

Facebook è il teatro di Narciso, nuova piazza, non-luogo per eccellenza nel tempo della post-modernità. Luogo di velocità, di istantaneità, di esposizione. A facile portata di click, la possibilità “fast-food” del suo velocissimo “rispecchiamento generazionale”.

Iscriversi a Facebook è molto semplice: basta inserire il proprio indirizzo e-mail e scegliere una password. Quindi, entrati nel sistema, è possibile iniziare a cercare i propri amici. In questo network ci si presenta per chi si è veramente, col proprio nome e cognome, e con il proprio volto reale. Facebook non è il luogo dell’anonimato o dell’identità falsata, ma quello della condivisione di ciò che si è e si fa realmente, dell’esposizione, della vetrina.

Questo non vale solo per le identità personali. Anche bar, ditte, gestori di eventi, politici hanno adottato il profilo di Facebook come “vetrina veloce ed immediata” di esposizione dei propri eventi, del gruppo di collaboratori e degli appuntamenti “last minute”.

Nelle auto-presentazioni (self-presentation) a livello personale non manca l’ironia, ovviamente, ma anche questa fa parte, in fin dei conti, della propria “realtà”.

 

Allo stesso tempo… Narciso è debole. «La debolezza di Narciso consiste proprio nella sua dipendenza dal riconoscimento da parte del mondo in cui vive. Allorché Narciso non venga adeguatamente riconosciuto e apprezzato per come persegue la sua segreta missione, ne soffre profondamente. Le ferite narcisistiche sono dolorosissime quando vengano sperimentate proprio da Narciso, che le avverte come mortificazioni e umiliazioni intollerabili; il dolore che sperimenta scende in profondità, producendo rabbia impotente e un micidiale progetto vendicativo. Quando è messo alla gogna, Narciso può diventare violento e molto cattivo. Questo perché non è capace di identificarsi con le vittime del dolore che infligge per poter riabilitare la propria “bellezza”»[1].

 

[1] G. Pietropolli Charmet, Op.cit., p. 7.